L’IMPORTANZA DELLA TESTIMONIANZA: MARC RIBAUD

Altruista, generoso, disponibile. Marc Ribaud è il fotografo consapevole della funzione che la fotografia (e l’immagine tout court) ha acquistato nel mondo Occidentale dei media negli anni ’60 del Novecento.

Sono sopraffatto da un disgusto sempre crescente per i tragici fatti del Vietnam: è lo stesso genere di disgusto provocato in me dagli eventi di Budapest e di Oradour. Ma mi accorgo, con doloroso stupore, che molti sono assolutamente indifferenti a tutto…

Ma non solo Ribaud è consapevole del potere dell’immagine, ma anche dell’aura di prestigio che circonda il fotografo di reportage e dell’omogeneità di gusti e della perdita di un’etica che può portare il consumismo:

[…] la fotografia diventa uno strumento per la personale conquista del prestigio, un mezzo per esprimere la propria presunta ispirazione artistica, del tutto soggettiva, [che] si esaurisce in una spirale di interviste e di critiche alla stampa che, mascherandosi sotto l’apparenza di una pseudocultura, cadono spesso nella trappola della moda e del peggior consumismo.

L’importanza del fotoreportage – e del fotoreporter – è essenziale in questi anni e, prima dell’arrivo e della monopolizzazione dell’informazione ad opera della televisione, è il tramite tra mondi e valori diversi, lo spazio prescelto per denunciare guerre, abusi, ingiustizie. I libri fotografici di Ribaud – quello sulla Cina, ad esempio, o quello sul Vietnam – non si limitano a mostrare, ma vogliono far riflettere perché, a differenza del medium televisivo, la fotografia si presta ad essere vista e rivista, e dunque pensata, analizzata.

L’osservazione assidua del particolare e dell’istante può ancora una volta aiutare a conoscere e a capire la realtà.

Sono queste le ragioni – oltre alle sue fotografie – che mi fanno apprezzare questo fotografo che, pur nella forza e nell’intesità delle sue convinzioni e della sua poetica, sa mantenere uno sguardo leggero e a volte ironico sulle immagini che cattura. Ne è un esempio la fotografia dei Portuali in sciopero a Liverpool (1954) dove, sopra alla massa dei manifestanti, da un muro fa capolino un signore apparentemente incuriosito da quel gruppo di persone; o ancora il Dietro le quinte di un teatro (Nagoya, Giappone, 1982), dove un uomo trasporta con qualche difficoltà un manichino.
Forse, lo spirito di Riboud, lo esprime al meglio la foto del 1953, Il pittore della Tour Eiffel.

Un proverbio africano afferma «lo straniero vede ciò che già conosce». Non siamo spesso questo straniero? Il compito del fotografo invece è quello di vedere ciò che non conosce. Vedere non è un riflesso condizionato, è un atto volontario; non è un atto istintivo; non è semplice ma si può imparare.

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