LA PACE IMPOSSIBILE

Sfoglio molto interessato questo libro che già dal titolo lascia come una ferita aperta. Inguaribile.
Don McCullin è nato nel 1935 nel nord di Londra. Lavora come freelance e nel 1965 vince il World Press Photo Premier per dei servizi su Cipro. Nel 1966 entra nel Sunday Times Magazine con un rapporto di esclusiva. Non ama definirsi “fotografo di guerra”, ma ha catturato gli istanti più atroci delle guerre, i lati più oscuri dell’animo umano.

Sfoglio il libro e passo dalle foto delle periferie di Londra (1958-1961), alla costruzione del muro di Berlino (1961), alle foto dei Beatles (1969), agli orrori del Congo (1964), del Vietnam (1968), del Biafra (1969). Non mi stupisco troppo quando trovo a pagina 125 del libro la foto di un uccello morto sulla neve (By the road, Braughing, Hertfordshire, 1970). Come si possono allontanare gli orrori della guerra, visti prima di persona, e poi attraverso l’obiettivo fotografico, nella vita quotidiana? Ecco allora i paesaggi dell’Inghilterra (a Somerset, dove andò a vivere). Spazi illimitati. Alberi spogli. Acque paludose. Posti dove svuotarsi dai fantasmi della guerra, della miseria, dell’AIDS. La pace impossibile. L’obiettivo di McCullin ritrae delle nature morte (1989), molto intimistiche.

Ma la guerra riprende. E arrivano i servizi sui profughi curdi (1991), sullo stato del Bihar (1993), con i suoi lebbrosi, ma anche con la spiritualità sulle acque del Gange. Poi ci sono gli orfani dell’AIDS in Zambia (2000). E dalla miserie si passa alla ricca mondanità del Ladies’s Day (2006) inglese. Si finisce con alcune foto di un lavoro sulle rovine dell’Impero Romano nel bacino del Mediterraneo dove finalmente lo sguardo dei monumenti muti ed immobili sembra placare tutto il vortice dei pensieri di una vita da fotoreporter che testimonia gli orrori e la miseria di un’umanità che sembra aver perduto il lume della ragione e qualsiasi forma di misericordia…

Dall’intervista con Frank Horvat

[…] io sento il dolore di quella persona e mi identifico con lei. Quando un uomo mi guarda come per dire “aiutami”, e io mi rendo conto che non può parlare perché gli hanno rotta la mascella, io cerco di rispondergli con lo sguardo, di far dire ai miei occhi: “Ti sento. Ti vedo. Vorrei poterti aiutare.” Eppure lo fotografo, e nel momento in cui lo faccio mi sento vile, mi dico che invece di venirgli in aiuto, non faccio che acuire la sua sofferenza, che probabilmente quest’uomo non sopravvivrà, che l’aiuto di cui ha bisogno non gli sarà dato, o gli sarà dato troppo tardi. La sola cosa che posso fare è avvicinarmi a lui con dignità – e anche questo solo se mi trovo solo. Non si può conservare la propria dignità in mezzo a una dozzina di paparazzi che si spingono e si azzuffano intorno a un ferito, accusandosi a vicenda: “Hai rovinato la mia foto”, stringendo il malcapitato da così vicino che non gli resta l’aria per respirare. Io li guardo e mi chiedo: “Chi sono queste persone?” A Beirut, si ritrovavano la sera in un bar, discutendo di tariffe o proclamando: “Se ottengo la copertina vi offro lo champagne.”

Il libro:
PARMIGGIANI, SANDRO (a cura), Don McCullin. La pace impossibile. Dalle fotografie di guerra ai paesaggi, 1958-2011, Skira, Milano 2012, pp. 250.

OTHER INFO:
McCullin su Wikipedia
Intervista di Frank Horvat a Don McCullin