ROBERT DOISNEAU

Nell’introduzione a questo ennesimo libro della collana Motta Fotografia, Lalla Romano fa un’affermazione che condivido pienamente e vi sottopongo alla vostra attenzione:

La fotografia non appartine esclusivamente alle arti visive. In quanto arte non è cronaca, documento; però non è affine alla pittura, con la quale è sembrata misurarsi alle origini, bensì alla scrittura. Alla parola. Come nella parola, nella fotografia c’è un abisso tra la comunicazione e la creazione.

Nel caso poi di Robert Doisneau, questo suggerimento di Lalla Romano calza alla perfezione. Sfogliando le 83 fotografie presenti nel libro, ognuna si fa portatrice di un racconto che sta a noi interpretare, dandogli una fine e un inizio.
Verranno scoperti quei ragazzini – foto 74 – che suonano i campanelli e poi scappano?
Cosa sta guardando di così interessante la signora della foto 11?
Più facile è capire a cosa stia pensando il bambino che in classe guarda impaziente l’orologio sulla parete – foto 80.
E guardate dove viene rivolto lo sguardo di quel signore che, con la sua consorte, sta guardando la vetrina di Romi, in rue de Seine a Parigi.
La foto 22 è invece un chiaro omaggio e un punto di riflessione per il ruolo della fotografia documentaria e la sua memoria visiva. Una foto incornicia, in primo piano, due sposi. Gli stessi, molto più vecchi, che compaiono nella stanza della loro casa parigina – La cheminée de Madame Lucienne, rue de Mènilmontant, 1953.

[Doisneau] Disse che il fotografo è un funambolo, e gli onori possono mettere in pericolo il suo equilibrio. Grande risposta: l’umorismo è una delle punte del suo gusto, il sinonimo della sua libertà.

Come immagine di questo post ho scelto la prima foto del libro, Photographie aérienne, scattata alla fiera di Trone nel 1950, che rappresenta la componente (auto)ironica di Doisneau. «Fotografia comica» dice il cartello di questa attrazione fieristica immortalato nella foto.