TUTTO IL MONDO IN UNO SFAVILLIO

Leggo su Wikipedia che il termine “flickr” deriva dall’inglese “flicker”, che significa “tremolare”, o “sfavillare”.
Come le fiamme del fuoco che tremolano nel caminetto quando la legna sta cominciando a bruciare, o la luce di una candela, che tremola nella penombra di una chiesa romanica. Oppure lo sfavillio di tanti flash che partono in sicrono o lo stesso sfavillio del fuoco che avvolge il mondo, e mi vengono in mente i versi del medievale Cecco Angiolieri: «S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo […]».

Ma lo sfavillio è anche il riflettersi di uno stato d’animo.
«Gli occhi gli sfavillavano dalla soddisfazione», forse di aver fatto una bellissima foto? O di aver raggruppato insieme tanti fotografi e appassionati di fotografia di tutto il mondo?

Alla base dei nuovi media sento la presenza di uno spirito enciclopedico di illuministica memoria. Tutta la conoscenza in tanti volumi enciclopedici, e gli occhi che ti sfavillano per aver finalmente raggruppato tutto lo scibile umano, per aver dato un senso all’essere nel mondo. Tutte le strade del mondo mappate da Google… tutte le foto del mondo… in Flickr.

Nel discorso preliminare all’Enciclopedia, D’Alembert scrive che la grandiosa opera – 35 volumi pubblicati tra il 1751 e il 1780 – vuole essere:

[…] un quadro generale degli sforzi dello spirito umano in tutti i generi e in tutti i secoli […]

L’illuminismo – con la sua fede nella ragione – sembrava poter illuminare non solo le leggi del mondo naturale, ma anche le possibili leggi dello sviluppo sociale. Anche il web 2.0 sembrerebbe animato da uno spirito simile. Lo sfavillio di Flickr produce luce, illumina il buio dei nostri tempi, dopo il relativismo portato dalla scienza: Freud che ci dice che molti nostri atti sono dei lapsus, cioè dei comportamenti non dettati dal nostro pensiero cosciente e razionale, ma partono dall’inconscio, da quel territorio nascosto dentro noi stessi, che non riusciamo a comprendere e che con difficoltà riusciamo ad interpretare. Poi c’è la relatività einsteniana, che sconvolge tutte le passate sicurezze e ci riporta nuovamente a pensarci soli nell’universo. Non solo a non essere più al centro dell’universo, ma ad essere in un universo relativo.

Interessante rileggere la definizone che Kant dà dell’illuminismo:

«Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.»

Quale potrebbe essere allora il motto del web 2.0?
L’uscita dell’uomo e della donna dall’incapacità di creare senza la guida di un maestro? Senza un supervisore che ci dica dove posizionare un elemento rispetto ad un altro? Che colore usare? Che inquadratura o che tipo di luce per quel ritratto?

Nelle risposte di Yahoo, Milo dice:

Non so se è il motto dell’utente medio [vivi e lascia vivere, ndr] ma di sicuro è il mio. Vengo qui per svagarmi e conoscere magari qualche gruppo non mi fa molta voglia di impegnarmi in discussioni sterili per questa o per quell’altra cazzata. Se, secondo me, tizio per esempio dice una stronzata, in generale o sulla musica, ne prendo atto e me ne frego. Non ho interesse a riversare qui le frustazioni che accumulo nella vita, non avrebbe senso. Gli altri facciano ciò che vogliono.

Il pensiero dell’utente Milo riassume la funzione ludica di queste nuove tecnologie. Ma accanto alla funzione ludica ne dobbiamo inserire una più filosofica che determina una dimensione sociale ai nuovi media. Non solo di fruizione, ma anche di creazione di contenuti. L’utente può quindi condividere i propri contenuti, crearli, modificarli. Diventa autore di se stesso – la nascita di molte case editrici on-demand ne sono la prova. Siamo davanti ad una democratizzazione degli universi simbolici del sociale.

Esplorando Flickr e le gallerie di foto gestite dagli utenti, si possono trovare foto stupende. Sono state fatte da un fotografo professionista o da un amatore? Dove cade questa soglia? È determinata solamente da un numero di partita iva?

Ecco il vero problema che viene sottolineato dal nuovo web2.0.
Chi è giudice della bellezza?
Una persona delegata a questo lavoro? Una giuria?
O gli utenti del web?

Spero di avervi dato alcuni stimoli di riflessione…
Ah, dimenticavo. La mia pagina su Flickr: www.flickr.com/out-photo

web2.0