Hopper e il cinema
Un passaggio necessario
Per comprendere pienamente il rapporto tra Hopper e la fotografia bisogna però inserire un terzo elemento: il cinema.
Le sue immagini hanno spesso una struttura cinematografica.
Non necessariamente perché raccontino una storia, ma perché sembrano mostrarne un fotogramma.
Un momento isolato, un prima e un dopo che non vediamo.
Nighthawks potrebbe essere l'inquadratura di un film. Questa qualità cinematografica ha contribuito a rendere Hopper particolarmente influente anche sul cinema e, attraverso il cinema, nuovamente sulla fotografia.
È un circuito affascinante:
Pittura – Fotografia – Cinema – Fotografia
E forse proprio per questo l'opera di Hopper continua a sembrarci sorprendentemente contemporanea.
Il fotografo davanti a Hopper
Che cosa può dunque imparare un fotografo guardando Hopper?
Molto più di quanto potrebbe sembrare.
Cercare la luce
Prima del soggetto viene la luce. Una strada ordinaria può diventare straordinaria se la luce crea una geometria interessante.
Accettare il vuoto
Non bisogna riempire ogni spazio. Il vuoto può creare tensione, solitudine e attesa.
Pensare al bordo
Ogni bordo dell'immagine è una scelta. Ciò che rimane fuori può essere importante quanto ciò che entra nel fotogramma.
Fotografare il quotidiano
Un distributore di benzina può essere un soggetto.
Una casa può essere un soggetto.
Un parcheggio può essere un soggetto.
Una finestra può essere un soggetto.
Non è necessario che accada qualcosa.
Non raccontare tutto
Una fotografia non deve necessariamente rispondere alle domande dello spettatore.
Può crearne di nuove.
Fotografare l'attesa
Forse è questa la lezione più importante.
Molte immagini di Hopper sembrano appartenere a un momento nel quale qualcosa potrebbe accadere.
Non sappiamo cosa.
Ed è proprio questa incertezza a renderle affascinanti.
I fotografi e Hopper
Finding your voice may be a process, not a goal.
Stephen Shore
Uno sguardo fotografico, non una pittura fotografica
A questo punto è importante evitare un equivoco.
Definire Hopper “fotografico” non significa sostenere che la sua pittura imiti la fotografia.
Sarebbe una semplificazione.
Hopper costruisce le sue immagini attraverso la pittura, la memoria, la sintesi, la composizione e l'immaginazione.
La sua realtà non è quella registrata dalla macchina fotografica.
È una realtà ricostruita dalla mente.
E forse è proprio per questo che i suoi dipinti possono diventare così importanti per i fotografi.
Non insegna loro a fotografare, insegna loro a guardare.
Il paradosso di Edward Hopper
Nel 2009 la Fraenkel Gallery organizzò a San Francisco Edward Hopper & Company, una mostra dedicata proprio all'influenza di Hopper sulla fotografia. Il catalogo, curato da Jeffrey Fraenkel e Frish Brandt, accostava sette dipinti e tre disegni di Hopper alle fotografie di otto grandi autori del Novecento.
L'idea della mostra era quasi paradossale: cercare l'influenza di un pittore sulla fotografia attraverso le opere di fotografi che, in alcuni casi, non hanno necessariamente dichiarato Hopper come modello diretto.
Ma è proprio questo il punto.
L'influenza più importante non è sempre quella che si può dimostrare attraverso una citazione esplicita.
A volte passa attraverso una sensibilità, una composizione, un modo di utilizzare la luce... un modo di osservare l'America.
Jeffrey Fraenkel ha scritto che l'impatto di Hopper sul nostro modo di vedere il mondo è stato così pervasivo da essere quasi invisibile. È una considerazione particolarmente efficace.
Perché forse la vera eredità di Hopper non consiste nel fatto che i fotografi abbiano iniziato a “fotografare come Hopper”. Consiste nel fatto che alcuni fotografi hanno iniziato a vedere come Hopper.
La fotografia che Hopper non ha mai scattato
C'è infine un'immagine mentale che può riassumere tutto questo discorso.
Immaginiamo Edward Hopper con una macchina fotografica in mano.
Potrebbe essere davanti a una strada deserta, o osservare una finestra illuminata.
Potrebbe fermarsi davanti a un distributore di benzina, o potrebbe entrare in un diner.
E potrebbe decidere di non fotografare.
Perché la fotografia, forse, non gli restituirebbe esattamente ciò che stava cercando.
Hopper stesso raccontò di aver abbandonato l'uso della macchina fotografica perché la prospettiva fotografica gli sembrava diversa da quella dell'occhio.
Ed è proprio qui che il paradosso raggiunge il suo punto massimo.
Hopper non aveva bisogno di una macchina fotografica per pensare fotograficamente.
Aveva bisogno di guardare.
Guardare una luce, un edificio, una persona, un'ombra, un vuoto... un frammento di America.
E poi trasformare quel frammento in un'immagine.