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Fotografiamo gli altri

Instagram, selfie, autorappresentazione, filtri e costruzione dell'identità.

L’habitat naturale della postfotografia è rappresentato, secondo Fontcuberta, dai social media. Qui le immagini perdono la memoria del passato e diventano esclusivamente presente. Esistono solo nell’immediato, perché vengono subito sommerse da altre immagini. Esse non servono più a documentare un fatto o una situazione, ma diventano unicamente generatrici di commenti, like, visualizzazioni a vantaggio del loro autore, che utilizza il mondo esterno come semplice sfondo per la propria auto celebrazione. Il selfie pertanto si riduce a prova della propria esistenza - io sono qui e io sono così – perdendo tutte le caratteristiche dell’autoritratto tradizionale, aggiungendo semmai un ulteriore elemento personale che sembra quasi dirci: questo è ciò che voglio che tu pensi che io sia.
Le immagini, prive di una loro materialità e caratterizzate come abbiamo visto dall’istantaneità, diventano algoritmi e traffico dati, si consumano e non ha più senso conservarle.
Possiamo aggiungere che la fotografia non documenta più soltanto il mondo esterno, ma costruisce l'identità di chi la produce.

La macchina che decide l'immagine: fotografia computazionale e smartphone

Lo smartphone non si limita a registrare ciò che arriva sul sensore. HDR, fusione di più esposizioni, riduzione del rumore, modalità notte, portrait mode, recupero delle alte luci, sharpening, riconoscimento delle scene ecc. costruiscono un'immagine attraverso una serie di elaborazioni. Quello che ci propongono alla nostra visione sono immagini che tendono a compiacerci, a mostrare come vorremmo essere più che come siamo. Perché il vero salto non è che oggi la macchina modifica l'immagine.
Lo ha sempre fatto.
La differenza è che oggi una parte sempre maggiore delle decisioni non viene presa dal fotografo.
Esposizione, HDR, bilanciamento del bianco, riduzione del rumore, nitidezza, riconoscimento dei volti, modalità ritratto ecc. vengono affidati a sistemi computazionali.

La domanda diventa quindi:
Chi è l'autore dell'immagine? Il fotografo, il progettista dell'algoritmo o entrambi?

Amnesty International [...] ha pubblicato immagini sinteticche per diffondere le sue inchieste sugli abusi dei diritti umani da parte della polizia ccolombiana [...]. Amnesty ha subito ritirato le immagini e presentato le motivazioni per ui le aveva pubblicate: l'uso di immagini sintetiche tutela le persone in carne e ossa da rappresaglie da parte delle forze di sicurezza.

Fred Ritchin
L'occhio sintetico (Einaudi, Torino 2025, pag. 89)

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